
ISBN Clandestino a Parigi
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«Essere tutti tesi, colla volontà e coll’intelligenza, nello spazio della nostra lotta, non significa non aver cuore. Mi pare anzi che la nostra lotta acquisti una luce ancor più pura, un valore ancora più grande se si è capaci di sentire di quanti sacrifizi, di quanti dolori, di quante esistenze spezzate essa si nutre».
Quando la politica si prende tutto, quando alla condizione dell’esule si accompagna anche quella del clandestino, quando il dovere e la prudenza impongono al militante politico di chiudersi nel cerchio della solitudine, cosa ne è del proprio spazio interiore? Come si articola la dimensione intima della vita di un antifascista in clandestinità nella Parigi occupata dai tedeschi? Qual è il suo «privato», se mai ha il diritto di averne uno? E quali pensieri gli passano per la testa, mentre si aggira per le strade con il solo scopo di confondersi tra la folla?
Dal 24 giugno 1940 al 27 gennaio 1943 Celeste Negarville, dirigente del Pci operante in clandestinità in Francia, scrive un diario, rimasto fino ad oggi inedito, che è un unicum nel suo genere. Sono annotazioni ora quasi quotidiane, ora più rade, esplicitamente scritte per la moglie Nora, cittadina sovietica, e per la figlia piccolissima, Lucetta (Lučika), che si trovano a Mosca. È un documento speciale: per una volta, non si tratta di un diario politico; piuttosto di una sorta di journal intime, dominato dalla struggente nostalgia delle due persone care e dal timore angoscioso di non rivederle più. Negarville, militante di famiglia operaia, autodidatta formatosi prima alla scuola dell’«ordine nuovo» e poi nell’«università del carcere», riversa in queste pagine i suoi pensieri più profondi e vi descrive minuziosamente i suoi sogni, che sono per lo più incubi. Si avverte la consapevolezza che i pericoli per Nora e Lučika non si annidano solo in una vittoria delle potenze dellAsse, ma anche nella xenofobia paranoica del regime staliniano, che non risparmiava i militanti comunisti degli altri paesi e poteva travolgere le loro stesse famiglie. Negarville cerca di sfuggire al peso della solitudine – la «solitudine del rivoluzionario di professione», come ben scrive Aldo Agosti nella sua introduzione – rifugiandosi nella lettura dei classici italiani, a cominciare da Dante, e nella musica, ma anche nell’osservazione della vita quotidiana dei parigini, riportando con il gusto del bozzettista conversazioni ascoltate per strada o in metro. Poi, man mano che le sorti della guerra aprono il cuore a maggiori speranze, la politica riprende sempre più prepotentemente il suo posto anche nella sua scrittura, e l’ansia di tornare in Italia ed essere presente nella lotta spazza via i presentimenti più cupi.
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