
ISBN 9788845934032 libro Critica letteraria ITA Libro in brossura 464 pagine
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Elzevirista Gadda lo è sempre stato, sin dal 1931, quando ha cominciato a collaborare all'«Ambrosiano». Per superare le ricorrenti strettezze, certo, ma soprattutto per soddisfare una passione vorace, che si rivolgeva ai vient de paraître (Paul Morand, Gianna Manzini, una nuova traduzione commentata del «Faust», Bacchelli, Montale, Palazzeschi, Giorgio Pasquali) non meno che ai maestri venerati (Porta, Belli, Manzoni), alla questione della lingua, a pittura e teatro (De Chirico, De Pisis, Crivelli, ?echov, la «Mandragola» di Machiavelli), alla scienza e alle tecniche. Il problema è che i suoi saggi brevi (o «entretiens», come li definiva), frutto com'erano di un'accanita documentazione, di una tormentosa elaborazione, di un'ossessiva ricerca linguistica, non potevano che divergere «dalle linee più accreditate». E gettare nel panico, con la loro esorbitante lunghezza e il loro fulgore 'barocco', i direttori dei quotidiani, restii a pubblicare pezzi pensati per chi non volesse ritrovare scodellate «le tre sole ideuzze che ha in testa, in una lingua da famiglia Brambilla a tàvola». «Gadda ha la mano pesande, la mano pesande» pare dicesse Croce. E a Gadda, esulcerato, non restava che prendersela con Buzzati, star del «magno "Corriere"»: «Kafka + Landolfi irrancidito... e noioso, e inconcludente, e bischero». Quella «mano pesande» era in realtà avversione profonda per le «edificanti frottolazioni» con cui si maschera la verità, per la «lindura faraonizzata» di una 'monolingua' vereconda e benpensante, ricerca dello «stile necessario», obbedienza alle sollecitazioni di una «gnos
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