
ISBN L' avvocato del diavolo
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Protagonista di questo testo, opera di uno dei padri fondatori dell’antropologia, è un oggetto difficile da definire e analizzare, eppure sempre presente in ogni forma di società umana: la dimensione magica o, per dirla con l’autore del Ramo d’oro, la superstizione. Partecipe dello spirito laico ed empirista dei suoi tempi, Frazer riteneva che lo sviluppo della civiltà procedesse, dagli stadi inferiori a quelli superiori, attraverso tre diverse fasi: la magia, la religione e la scienza. Ci si aspetterebbe dunque una rigida condanna di ogni forma di magia. Avviene invece esattamente il contrario. In The Devil’s Advocate (pubblicato per la prima volta nel 1909 col titolo Psyche’s Task e riedito nel 1913 e poi nel 1928), Frazer dimostra come le forme del rispetto «superstizioso» per l’integrità altrui siano il cemento che tiene unite le istituzioni fondamentali della società, primitiva o moderna che sia: il governo, la proprietà privata, il matrimonio. È proprio il timore reverenziale del tabù che non può essere infranto il principale elemento di coesione dei raggruppamenti umani.
Laureato in diritto, l’antropologo scozzese che mai esercitò la professione forense, si fa qui «avvocato del diavolo» delle pulsioni irrazionali dell’umanità, sostenendo che, lungi dal portare a un esito negativo, esse conducono a una maggiore integrazione sociale.
Largamente letta e citata dai più grandi pensatori di inizio secolo, L’avvocato del diavolo è considerata da Bronisl´aw Malinowski e Marcel Mauss l’opera più importante di Frazer.
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